E' morto il carnevale

E’ morto il carnevale, chi lo «sotterrerà»
Da pochi anni la ricorrenza sembra riavvicinarsi al suo ruolo primitivo nonostante la degenerazione consumistica. Le usanze a Roccatederichi, Arcidosso, Pitigliano, Montepescali, Castell’Azzara, Massa Marittima, Isola del Giglio. Le donne mascherate di Porto Santo Stefano

Sembrava che  il carnevale fosse condannato ad una cristallizzazione senza scampo, aggirato nei suoi versanti di espressività individuale e di creatività collettiva da un tipo di società non certo benevola con i fenomeni culturali alternativi, autonomi, o che comunque nascono dal basso. Così, come già ripetuto, le maschere di Zorro e di Sandokan, i veglioni per bambini mascherati, tutti i ‘travestimenti’ gettati sul mercato sulla base di ben calibrate scelte economiche, rischiavano di privare il carnevale proprio di quella funzione originaria che ne ha motivato la nascita. Nel mondo contadino chiuso ed automatico nella divisione dei ruoli e dei sessi, il carnevale rappresentava l’occasione per risolvere simbolicamente le contraddizioni di tutto un anno, rompere la rigidità sociale ed esprimere le esigenze del singolo, quasi sempre sacrificate dallo strettissimo controllo sociale.

E’ una funzione riscontrabile durante tutto il corso della (…): a partire dal mondo classico fino ad arrivare, seppur mutato nel tono, al medioevo cristiano. I baccanali pagani, le epidemie di ballo collettivo che colpivano intere città contagiandone tutta la popolazione(vedi la leggenda del pifferaio magico), i quali legati al mitico morso della tarantola, ancora parzialmente testimoniati nel meridione italiano, contenevano la medesima radice di eversione e di sfogo; ed anche il carnevale, con le proprie maschere, travestimenti, tragica allegria e disordine istituzionalizzato, si vedeva affidare i germi di una tacita ed inconscia protesta. Le violenze, gli stupri, che inizialmente lo caratterizzavano non solo servivano a risolvere la potenziale carica distruttiva, ma ammonivano anche sul rischio di una comunità senza leggi.

Oggi, in un mondo in cui le condizioni di vita e di lavoro sono profondamente mutate, le tradizioni popolari divengono occasione di consumo e la cultura ufficiale svende i propri miti, anche il carnevale è degenerato ad occasione consumistica, mentre la sua carica espressiva pare guidata dall’alto. Ma da pochissimi anni, forse non più di due o tre, questa ricorrenza sembra riavvicinarsi al suo ruolo primitivo, e mostra fondamentali cambiamenti nelle forme e nei contenuti. Essa coinvolge strati sempre più larghi di popolazione, soprattutto giovani e giovanissimi, si pone in alternativa alla cultura ufficiale, opera un decentramento culturale ed una riappropriazione della espressività personale e locale troppe volte rapite o ignorate.

E’ una sorta di ginnastica policroma, di recupero di energie represse, tentativo spontaneo non sempre coerente e spesso discutibile nei risultati, ma che tuttavia nasce da un sistema sociale e culturale in profonda crisi e che si riallaccia da un retroterra di tradizioni mai completamente dimenticate.
Il carnevale della campagna grossetana ha sempre risentito delle specifiche caratteristiche del territorio: grande povertà, scarsa popolazione, isolamento dei nuclei abitati. Ci si mascherava come meglio si poteva, con fuliggine e stracci, i ragazzi correvano di casa in casa questuando, si ballava e si organizzavano giochi e scherzi; spesso si facevano dolci e, quando il carnevale moriva, si bruciava in piazza dopo avergli fatto un funerale («è morto il poro ‘Beco’, chi lo sotterrerà? La compagnia dei gobbi farà la carità?»). A Roccatederighi, su quella cresta di sassi modellati dagli uomini e dal tempo, si seguiva in processione il fantoccio vestito del carnevale e, prima di darlo alle fiamme, si «trincava» vino ai fiaschi, se ne piangeva la fine e si portavano delle «salacche» a simbolo della quaresima entrante. Il rito del carnevale che viene bruciato in piazza è diffuso un po’ in tutta la zona; a Castelnuovo dell’Abate, ai confini della provincia, tutto il paese partecipava al rogo di «serracchi» raccolti dai ragazzi e chi, la mattina seguente, veniva trovato a letto per ultimo, dopo una notte di bagordi, era issato su un seggiolone, truccato da poppante, portato in processione, costretto a bere in un vaso da notte continuamente riempito di vino. Nella zona di Arcidosso si giocava cercando monetine nei mucchietti di semolino; a Pitigliano era invece d’uso il gioco della padella, nel quale vinceva chi riusciva a staccare con la bocca una monetina incollata nel centro di una padella fuligginosa.

A Montepescali si doveva azzannare un fico secco dondolante da un filo ed in montagna si «beccava» l’uovo afferrandolo con la bocca sul fondo di un catino d’acqua. A Castell’Azzara si cantavano canzoni e sonetti che ridicolizzavano questo o quello, ma quando la mezzanotte segnava il passaggio, tutti gridavano "ciccia! ciccia!"  Allora le donne aprivano, infilzavano nel ferro un pezzetto di carne e subito richiudevano. Nella campagna di Scansano si danzava al suono di zufoli ed a Massa Marittima si facevano corse d’insaccati, «giostre al Saraceno», corse di donne con brocche in capo. Quasi in tutti i paesi, poi, era usanza cantare e recitare «bruscelli».

La funzione del carnevale si specificava via via che si scende nel meridione della provincia e che le caratteristiche culturali della zona si fanno più originali. All’isola del Giglio, almeno fino all’inizio di questo secolo, si eseguiva un ballo detto «la corrente» che Attilio Zuccagni definì «danza moresca». Sempre al Giglio, un bando del 1629 – avendo sentito i gravissimi disordini che… a detrimento della pudicizia succedono ben spesso… - comminava carcere ed esilio a qualunque persona dell’uno o dell’altro sesso ardisca mascherarsi o travestirsi né di giorno né di notte, fuori del carnevale.

Primo esempio di come questa festa possa divenire occasione di disturbo, superare i ristretti limiti temporali  che la rendono innocua, coinvolgere in prima persona anche le donne. Siamo così giunti a quel carnevale di Porto Santo Stefano di cui ho già avuto modo di parlare e che rappresenta una affascinante sopravvivenza culturale. Tutta la popolazione partecipa e le maschere sono strane ed antiche; non è tanto la bellezza a motivarle, quanto il loro essere grottesche e diverse: sacchetti, calzemaglie, tute stracciate e ricucite, lenzuola fatte a pezzi e vesti rovesciate.

Tutto l’anno si lavora per prepararle. Il segreto della riuscita sta nel confondere lo spettatore e le altre maschere, camuffare la propria identità, sparire dall’orizzonte del controllo e, almeno simbolicamente, evertire ogni canone sociale e sessuale. Le donne, ancor oggi le protagoniste principali di questa festa, riuscivano ad esprimere e risolvere ritualmente la profonda repressione cui erano soggette per tutto l’anno; le animava quel misto di disperata soggezione e di orgoglio caratteristico di tutte le comunità di pescatori e gente di mare: oggetto di un controllo sessuale fortissimo ma consapevoli del proprio ruolo primario nella famiglia, soprattutto durante le lunghe assenze dell’uomo. I volti sono celati, le voci stravolte nel falsetto, imbottiture e drappeggi camuffano la persona.

Si balla, ma più spesso si scivola via silenziosi, provocando con la stessa presenza, tacendo per non tradirsi, ed una volta si picchiava anche, con grande violenza. Così, in questo lembo di mondo affacciato sul mare, quasi isola attaccata da un turismo vorace e speculativo, sopravvive ancor oggi un rito antichissimo. Poi il carnevale si spenge ed in tutta la campagna, in tutti i paesi, torna l’ordine che solo per pochi giorni e solo ritualmente si è messo in discussione. Ma è una calma apparente ed in quello strano chiaroscuro di simboli che caratterizza il ciclo dell’anno nel mondo preindustriale, proprio nel mezzo della quaresima, già risuona la pentolaccia che si rompe, il canto della vecchia che viene segata, le satire viote alle scampanate contro vedovi e anziani.

Roberto Ferretti, La Nazione, Martedì 7 febbraio 1978