La nascita e la vita

La nascita

di Paolo Nardini

Il 27 novembre 1979 nella cronaca grossetana del quotidiano La Nazione compariva un articolo di Roberto Ferretti


L’Archivio delle tradizioni popolari della Maremma è stato istituzionalizzato dal consiglio comunale. Un lavoro meticoloso che va avanti da dieci anni. L’impegno e la continuità degli aderenti all’iniziativa.

Durante la sua ultima seduta il consiglio comunale di Grosseto ha approvato la costituzione dell’Archivio delle tradizioni popolari della Maremma grossetana e lo statuto che lo istituzionalizza. Si chiude così una fase importante nella cultura grossetana e contemporaneamente se ne apre una nuova, essenziale e per la crescita della sensibilità e dell’impegno nella nostra terra.
L’Archivio nacque circa dieci anni fa per iniziativa personale di pochi giovani ricercatori in un momento in cui l’eredità culturale degli anni ’60 era ancora forte e soprattutto in provincia non si parlava di folklore se non per poche e spettacolari manifestazioni o forme espressive popolari, peraltro largamente distorte e mistificate.
L’Archivio si propose subito come compito quello di raccogliere un materiale in via di disgregazione e successivamente di analizzarlo scientificamente e di riproporlo. Si cominciò a battere la Maremma paese per paese, a riappropriarsi di un territorio che la crisi della campagna e l’attrazione cittadina avevano impoverito e negato. Da quella ricerca emergevano lentamente i relitti di un’antica cultura, naufragata eppur ancora in vita. Non era il mondo idilliaco delle sane ricette casalinghe o della vita semplice e serena né quello, al contrario opposto, del pensiero irrazionale e della superstizione; da quel primo approccio emergeva una cultura «altra», un universo profondissimo in grado di addurre testimonianze diverse, spesso contrapposte. Ed i ricercatori che via via crescevano di età e di numero, si rendevano conto che Maggi e Stornelli, tiritere e oggetti contadini non rappresentavano forme a sé stanti, prive di un entroterra che le giustificasse. Il loro «spessore» era fatto di prestiti, scambi, diffusioni, rapporti; era fatto di immaginazioni ed emigrazioni, lotte rivendicative, sistemi di conduzione della terra, patti colonici, spinte storiche più generali.
Quella iniziale analisi di una cultura osservata si trasforma inevitabilmente in autoanalisi della cultura osservante e rischiava di divenire coscienza storica, consapevolezza del proprio passato e del proprio essere attuale.
Un cammino seminato di ostacoli, di difficoltà, spesso di incomprensioni; un approccio che ha fruttato migliaia di documenti sonori, di oggetti e strumenti popolari, di dati, frammenti, esperienze.
Il mondo mezzadrile toscano infatti, anche nella forma non classica dell’area maremmana, ha cosparso di preziose testimonianze la propria sepoltura.
Ma proprio per le premesse scientifiche di questo lavoro, per le inevitabili conseguenze sociali e politiche, esso non poteva rimanere prerogativa di un piccolo, pur agguerrito gruppo di studiosi e entusiasti; doveva necessariamente superare la prima fase «underground». È per questo che l’Archivio ha caldeggiato, sin dall’inizio, la propria istituzionalizzazione ed oggi saluta con soddisfazione la scelta dell’amministrazione locale. Ciò permetterà la creazione di un centro teso alla raccolta ed allo studio delle testimonianze sulla storia delle classi subalterne in Maremma, legato al coordinamento promosso dall’istituto regionale e nel quadro di una collaborazione con le università, gli altri enti locali, le realtà emergenti dal basso.
A questo riguardo tutti coloro che hanno sin ora operato all’interno dell’Archivio dichiarano la continuità del loro impegno e la disponibilità al lavoro futuro.
L’estensione della provincia, la sua diversificazione in subaree culturali, implica un lungo lavoro di organizzazione della ricerca che dovrà tenere conto dei gruppi e degli interessi già esistenti, prevede momenti decentrati, strutture museografiche e di studio specifiche.
La Maremma che per troppo tempo è stata identificata sbrigativamente con una terra di fieri butteri, patria di misteriosi etruschi, può divenire oggetto di un’opera di ricerca ed identità in cui la centralità, tra le pieghe di complesse evoluzioni sociali e storiche, spetti alle classi non egemoni, alla loro visione del mondo, al loro farsi la storia. Nasce proprio da questo l’importanza dell’Archivio come struttura pubblica: da una cultura come servizio, strumento di autocomprensione e crescita collettiva.
La vecchia che racconta favole a Tirli, l’ultimo artigiano di Monterotondo, il poeta di Rocchette di Fazio, il coro di Maggiaioli appassionati dell’entroterra grossetano, lasciano un’eredità che non andrà più dispersa.


Roberto Ferretti aveva scelto le colonne del quotidiano per scrivere e divulgare quello che potrebbe essere indicato come “il manifesto” dell’Archivio: un progetto non solo culturale ma anche politico, che nel recupero delle tradizioni vedeva anche un rovesciamento ideale delle condizioni dell’esistenza delle classi subalterne, che finalmente potevano raggiungere la posizione di protagonisti della propria storia.
La ricerca andava avanti, afferma Ferretti, da una decina d’anni, anche se il nome dell’Archivio e la sua sigla (ATPMGR) erano comparsi solo qualche anno addietro. Ma prima di vedere quali siano state le passate iniziative del gruppo di ricercatori che poi ha dato vita al centro di ricerca grossetano, diamo uno sguardo agli antecedenti storici.
Gli antecedenti
Già altri studiosi maremmani si erano occupati del patrimonio della memoria e della cultura popolare, pubblicando libri ed articoli . Aldo Mazzolai aveva scritto un libro sulla poesia popolare , Fenenna Bartolommei aveva raccolto un nutrito numero di leggende , Giovanni Battista Vicarelli si era occupato della ricostruzione della storia di un paese del versante nord dell’Amiata, Castell’Azzara , Pietro Fanciulli aveva scritto sul linguaggio e il folklore dell’Argentario , Alfio Cavoli aveva svolto ricerche sulla storia e sulle leggende del briganti della Maremma , ed infine Giuseppe Guerrini si era occupato dei modi di dire e dei proverbi . Ma si trattava di ricerche dal taglio essenzialmente letterario, che non valorizzavano la cultura popolare, ed anzi “traducevano” secondo canoni “culti” la lingua e gli altri aspetti della cultura.
È degna di nota anche un’altra iniziativa, promossa dallo scrittore Luciano Bianciardi (che fu direttore della Biblioteca comunale Chelliana di Grosseto intorno alla metà del secolo scorso). Bianciardi si interessò anche della cultura popolare . Nel 1951, utilizzando il canale istituzionale del Provveditorato agli Studi, egli aveva rivolto un appello agli insegnanti della provincia per raccogliere leggende e tradizioni popolari. Operazione, si direbbe oggi, da “antropologo da tavolino”, se di antropologo si può parlare, tuttavia interessante, se si tiene conto del periodo in cui questo avveniva e dei risultati, che hanno visto la luce molto più tardi. Le poche scuole che risposero, infatti, inviarono del materiale interessante, ma le schede rimasero in uno scaffale dell'Ufficio Cultura del Comune di Grosseto per un paio di decenni, fino a quando l'allora assessore alla cultura Alfio Gianninoni non le rinvenne, proponendo a Roberto Ferretti di utilizzarle per una pubblicazione che fu realizzata nel gennaio 1980 .
Ma l’Archivio nasceva anche da una precedente esperienza, quella di una mostra itinerante dal titolo Maremma segreta, fatta di fotografie e di disegni, organizzata con gli amici Piergiorgio Zotti e Gregorio Rossi. La mostra si prefiggeva di portare allo scoperto gli aspetti della Maremma che negli anni del boom economico e del consumismo rischiavano di venire cancellati.


Maremma segreta
Il lume di una lanterna stilizzata, disegnata da Roberto Ferretti, era il logo di Maremma segreta, la mostra itinerante grafica e fotografica organizzata dal Circolo Culturale Popolare . Evocazione dei miti orientali, ma anche simbolo di un passato nostrano fatto di contadini e minatori, meno oscuro di quanto storici e intellettuali di professione avevano fino allora dipinto. Nell’estate del 1972 la mostra, che si compone delle fotografie di Gregorio Rossi e di Piergiorgio Zotti, e delle tavole grafiche di Roberto Ferretti, viene allestita in varie località della provincia di Grosseto, fra cui Massa Marittima (fra il 20 e il 28 luglio), Castel del Piano (fra l’8 e il 15 agosto), Castiglione della Pescaia (ai primi di settembre), Follonica (dal 30 settembre all’8 ottobre), ed infine il capoluogo. La mostra si articolava in due parti: la prima era costituita da una serie di immagini fotografiche sugli aspetti artistici e storici meno noti della provincia, mentre l’altra, con il titolo “Maremma tra storia, mito e cronaca stagionale”, si componeva di una serie di tavole grafiche ideate e realizzate da Ferretti. Con questa iniziativa i tre intendevano avviare una operazione didattica sulle leggende e sul patrimonio di tradizione orale del territorio, oltre a sollecitare le coscienze nei riguardi di una ricchezza artistica e storica che si andava disgregando sotto i colpi della modernità che avanzava. Alcuni esempi: la Casa Rossa, la potente fabbrica delle cateratte fatta costruire da Leonardo Ximenes fra il 1767 e il 1768 per regolare il deflusso delle acque del padule di Castiglione, monumento della lunga stagione delle bonifiche promosse dai granduchi di Toscana, iniziata alla fine del Settecento e conclusa solo alla metà del Ventesimo secolo, era diventata un rudere e una discarica a cielo aperto; di una nicchia affrescata nella chiesa di Scalino era stato fatto un deposito di oggetti. Questo e molto altro documentava la parte fotografica della mostra.
Nel corso dell’iniziativa Maremma segreta, che ebbe un’esposizione anche a Larderello, nella zona dei soffioni boraciferi e delle centrali geo-termo-elettriche in provincia di Pisa, furono organizzate diverse serate culturali, in cui venivano proposti dibattiti e spettacoli. Fra queste una era dedicata alla comunità giurisdavidica del monte Amiata ; un’altra serata fu dedicata al canto popolare, con Corrado Barontini e Morbello Vergari, ed il Canzoniere etrusco; un’altra serata dedicata al canto popolare fu realizzata a Buriano, con gli amici della Sala di Lettura.
Negli anni successivi Ferretti approfondì lo studio del movimento giurisdavidico dell’Amiata, dando vita, insieme ad altri studiosi, al convegno dal titolo Protesta sociale e rinnovamento religioso. Davide Lazzaretti e il Monte Amiata, che si svolse a Roma i giorni 11, 12 e 13 maggio 1979 . Il questi anni in cui l’Archivio ancora non esisteva ufficialmente, ma la cui struttura progettuale si andava definendo, Ferretti stringeva rapporti con le associazioni del territorio grossetano e amiatino, fra le quali i vari gruppi di ricerca e riproposizione della tradizione, come il Canzoniere etrusco, guidato da Morbello Vergari e Corrado Barontini; si incontrava con i vari gruppi di maggerini, con i “befanotti” della montagna, con le associazioni culturali che si andavano organizzando nelle località delle miniere chiuse o che stavano per chiudere. Particolarmente importante è, in questo periodo, il rapporto stretto da Roberto Ferretti, insieme all’amico e collaboratore Piergiorgio Zotti, con la Società Storica Maremmana, guidata da Giuseppe Guerrini, il cui Bollettino iniziò ad accogliere i suoi scritti già a partire dal 1974.
Quando l’esistenza in vita dell’Archivio fu certificata dalla delibera del Consiglio comunale di Grosseto (delibera n. 613 del 19 novembre 1979), Ferretti si era creato intorno un terreno di consenso fertile e ricco di prospettive.

Le prime iniziative dell’Archivio
Un’altra iniziativa di Roberto Ferretti fu quella di “portare il Maggio in piazza”: una sfida che il creatore dell'Archivio delle tradizioni popolari ha voluto lanciare, ma alla quale, allo stesso tempo, si è esposto. Il 30 aprile del 1979 a Grosseto, in piazza Dante, fu realizzata la prima rassegna di gruppi di maggerini, organizzata con la collaborazione dei sindacati CGIL, CISL E UIL, e delle associazioni ricreative ARCI, ACLI e ENDAS. Il Maggio, o canto del maggio è una pratica diffusa per le campagne del grossetano, secondo la quale nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio, un gruppo di maggerini visita le famiglie dei poderi vicini portando in dono un canto augurale, e ricevendo in cambio beni alimentari (carne, salsiccia, salumi, vino, uova). Il canto del maggio della campagna grossetana nelle sue forme originali costituisce una pratica attraverso la quale, in un tessuto sociale rarefatto dalle distanze della maglia poderale, le famiglie contadine confermano i propri legami, funzionali alla conduzione stessa dei poderi, fra i quali agivano meccanismi di scambio di lavoro, le alleanze parentali e matrimoniali. Successivamente il gruppo, in un banchetto comunitario, consuma i beni ricevuti. Questa pratica, che nei primi anni settanta cominciava ad accusare segni di crisi, dovuti essenzialmente al fenomeno dell’esodo dalle campagne, era circoscritta agli ambienti rurali, ed anche nelle sue varianti un po’ più urbanizzate, come nel caso di Sassofortino , dove il percorso si svolgeva fra le case del paese, era comunque estranea all’ambiente della piazza cittadina.
Quale sarebbe stata la reazione dell'Amministrazione comunale e dell'apparato amministrativo nel suo complesso? Come avrebbe reagito la popolazione grossetana? Quale partecipazione ci si poteva attendere dai gruppi dei maggiaioli, abituati all'isolamento della campagna, al proprio microcosmo contadino? Si trattava di “metropolizzare” una pratica rurale, di decontestualizzare un rito, di usare quasi una sorta di violenza verso una forma di manifestazione così delicata della cultura popolare.
L’esito fu positivo. La cittadinanza accolse nel proprio ambito una tradizione rurale ma riconosciuta come propria, i gruppi si incontrarono incoraggiandosi a vicenda. All'iniziativa del “Maggio in piazza”, seguì una riflessione che in futuro portò a scegliere altre date (diverse da quella tradizionale) per realizzare le rassegne, mentre negli anni novanta fino ad oggi, hanno fatto seguito le rassegne di maggerini, nei luoghi vicini ai paesi e nelle piazze urbane, a Grancia, a Braccagni, a Rispescia ad Alberese e a Grosseto. Inoltre è aumentato il numero dei gruppi di maggerini, spesso misti, formati da persone che abitano in città ed altre che vivono in campagna.
Quale è stata quindi la portata di un intervento culturale come questo? Se gli stessi portatori della tradizione hanno coscienza della propria cultura, se il dibattito e la riflessione sul Maggio come sulle altre manifestazioni della tradizione locale, come il carnevale, il bruscello, la befanata, i riti del fuoco, la religiosità popolare, oggi sono diventate patrimonio comune, ed oggetto di riflessione anche degli ambienti extra-accademici, lo dobbiamo anche alle iniziative di Roberto Ferretti.

L’Archivio dopo Ferretti
Dopo la morte di Ferretti, ad assumere la guida locale dell’Archivio furono Piergiorgio Zotti e Velio Abati. Intanto fu rinnovato il Comitato scientifico. Nel frattempo, nel marzo del 1985 era stato inaugurato il museo che Ferretti aveva impiantato nei mesi precedenti nei locali del Comune in piazza della Palma. Si trattava, nelle intenzioni dell’ideatore stesso, di un primo nucleo di quello che avrebbe dovuto diventare il Museo della Maremma. E nel periodo immediatamente successivo, a partire da quella prima esposizione, Clemente formulò un progetto di museo di respiro più ampio di quanto avesse progettato Ferretti.

Il Museo della Maremma
Secondo un accordo fra il Comune di Grosseto ed il Consorzio per la gestione del parco della Maremma, l’impianto museale avrebbe dovuto sorgere ad Alberese, all’interno dello stabile che un tempo era stato il frantoio, ormai in disuso, fatto costruire dall’Opera Nazionale per i Combattenti, che fino al 1952 aveva gestito l’antica tenuta dei Lorena.
Il museo progettato era inserito al centro del territorio, non solo dal punto di vista geografico, ma anche sociale, nel cuore pulsante della Maremma, dal quale si diramavano le arterie conoscitive verso le realtà territoriali circostanti, con i rimandi ai piccoli ma importanti musei del territorio, da quello impiantato da un collaboratore dei Ferretti, Alessandro Giustarini, a Santa Caterina di Roccalbegna, alla Casa Museo di Monticello Amiata, voluto dalla locale Associazione Proloco, agli impianti espositivi dedicati alla miniera e al lavoro contadino di Massa Marittima. Alberese diventava così, oltre che la porta di accesso per il territorio del parco naturale, anche la porta di accesso per la Maremma stessa. Il progetto prevedeva la suddivisione dell’impianto di diverse sezioni tematiche, ma in una visione complessiva del territorio. Il museo avrebbe dovuto rappresentare l’integrazione delle diverse attività attraversate, dalla pastorizia all’agricoltura, dal bosco alle miniere, le diverse modalità di sfruttamento del suolo, a seconda delle condizioni podologiche e altimetriche, ma anche nelle trasformazioni che si sono susseguite nel tempo. Il progetto prevedeva anche strumenti interattivi e una sezione didattica.
Nel 1988 fu allestita la prima realizzazione del costituendo museo: una mostra che rappresentava la realizzazione del museo stesso: una sezione storica introduttiva ed una sezione dedicata alla cultura materiale ed all’economia della Maremma. Purtroppo i rapporti fra gli enti committenti (il Comune di Grosseto da una parte e l’Ente Parco dall’altra), benché contraddistinti dallo stesso segno politico, si guastarono presto; intervenne anche una scarsa distinzione dei ruoli e dei compiti: mentre l’Ente Parco aveva formalmente commissionato l’allestimento del museo ad un architetto fiorentino, Marco Crudeli, nello stesso tempo il Comune di Grosseto aveva dato lo stesso incarico a Pietro Clemente. L’inconciliabilità delle reciproche posizioni, dovuta anche alle diverse specificità professionali, esasperata dagli atti amministrativi formulati in maniera non appropriata, insieme all’ormai spento interesse per la realizzazione del museo da parte degli amministratori locali, contribuì al fallimento dell’impresa. L’Ente Parco alla fine dell’estate 1988 chiuse la mostra; nessun atto amministrativo fu formulato (da entrambe le parti) per il proseguimento del lavoro.
Non sarà di scarso rilievo sottolineare, a questo punto, quanto stretto sia il legame fra la politica e la politica culturale, e quanto la seconda sia influenzata e dipendente dalla prima. Quanto da un punto di vista non solo professionale e specialistico, ma anche etico e politico con la “p” minuscola, ci sia e ci sia stato da recriminare a proposito della politica culturale attuata o incoraggiata dagli enti preposti, a cominciare dalle Regioni. Una vera politica culturale stenta a realizzarsi, e soprattutto ad essere coerente, anche in quelle realtà come la Regione Toscana in cui si registra un segno politico costante nel tempo. Ed il fallimento del progettato museo di Alberese ne è la prova.

Gli anni del cambiamento
Negli anni successivi all’esperienza della ricerca per l’impianto del museo il coordinamento dell’Archivio è passato a Gabriella Pizzetti, che già a suo tempo era stata collaboratrice di Roberto Ferretti. La Pizzetti si era laureata con una tesi riprendeva e analizzava dal punto di vista filologico la narrativa di tradizione orale raccolta in Maremma dallo studioso grossetano, e ne formulava una catalogazione.
In questo periodo l’Archivio organizzò due importanti convegni, il primo nel 1991, dedicato alle feste di primavera , ed il secondo, realizzato nell’anno successivo, dedicato alla narrativa di tradizione orale . I primi anni novanta furono anni di grande fermento per l’Archivio: non solo si organizzavano iniziative pubbliche con ritmo sostenuto (ai due convegni citati si intersecavano rassegne di maggerini e di poeti estemporanei in ottava rima), ma si metteva mano all’organizzazione generale, riformulando lo statuto, cercando una nuova collocazione all’interno della Biblioteca comunale Chelliana. Nell’arco di un paio d’anni l’Archivio si dava nuove regole, e soprattutto una nuova struttura, rispetto all’antico statuto che prevedeva un comitato tecnico-scientifico coordinato dal funzionario comunale, rappresentato allora da Roberto Ferretti.
La nuova collocazione all’interno della Biblioteca cittadina consentiva sia un accesso più ampio alle risorse dell’Archivio stesso, non più legato all’orario ed alla disponibilità degli uffici amministrativi del Comune, sia la possibilità di utilizzare la rete informatica e l’intero fondo bibliografico.
Lo statuto prevedeva la durata in carica del coordinatore per tre anni. Nel periodo successivo il coordinamento è stato attribuito a Nevia Grazzini, laureata con una tesi basata su una serie di rilevamenti sul campo in tema di befanate . Anche la Grazzini era stata collaboratrice dei primi tempi di Ferretti e componente del vecchio Comitato scientifico. Durante il periodo del suo coordinamento fu organizzato un importante convegno sulla tradizione della poesia estemporanea in ottava rima .

La nuova stagione di ricerca: dai saperi sul padule ai veneti di Maremma
Nel 1998 il coordinamento dell’Archivio fu assunto da Piergiorgio Zotti. In quel periodo fu presa una delle iniziative di ricerca più fruttuose, interessanti e ricche di spunti di riflessione, quella sui saperi e le attività intorno al padule di Castiglione della Pescaia . Lo scopo dell’iniziativa era triplice: realizzare una ricerca finalizzata ad allestire una mostra sui saperi e le pratiche intorno al padule, pubblicare un libro che riassumesse la ricerca svolta, girare un filmato documentario dell’ambiente palustre. Una delle problematiche immediatamente emerse fu la divergenza dei percorsi: pensare alla mostra imponeva una concentrazione sugli elementi da esporre, sulla loro documentazione, reperimento e possibilità espositiva, sulla ricerca delle modalità di rappresentazione dello spazio, dei manufatti e delle costruzioni intorno e dentro al padule; pensare alla ricerca, invece, in termini più ampi, consentiva un’operazione di maggior respiro, una riflessione, innanzi tutto, su quale fosse la storia e la funzione del padule nella civiltà maremmana. Questa riflessione avrebbe dovuto avvicinare ad una analisi delle coscienze e delle convinzioni politico-intellettuali di chi nell’arco del tempo ha contribuito a indirizzare la politica territoriale intorno al padule. Avrebbe potuto suggerire campi di ricerca non ancora avviati, connessioni non ancora evidenziate, ad esempio intorno al problema della caccia, della gestione del territorio. Anche lo sfondo dell’immaginario e della rappresentazione si prospettava come fecondo di spunti di ulteriore riflessione: il problema del genere, ad esempio, sia nel senso della distinzione sessuale dei ruoli, sia in quello della rappresentazione, in un orizzonte antropologico molto ricco.
L’iniziativa, nel suo complesso, si svolse in diversi momenti: dopo alcuni incontri preliminari fra il gruppo di ricerca e la popolazione locale, incontri mediati da alcuni rappresentanti dell’Amministrazione comunale di Castiglione della Pescaia, ed una prima ricognizione bibliografica, fu organizzato un seminario di due giorni al quale parteciparono esponenti delle associazioni locali, alcuni imprenditori castiglionesi e diversi studiosi che avevano fatto esperienze di ricerca analoghe in altri territori. Il seminario, che si tenne alla fattoria “La Badiola”, nel comune di Castiglione della Pescaia, il 6 e 7 novembre 1998, fondò le basi della ricerca successiva. Ogni componente del gruppo di lavoro espose i risultati della propria indagine preliminare e le modalità in cui intendeva precedere. Gli studiosi, fra i quali alcuni professori universitari ed altri ricercatori e studiosi che avevano svolto ricerche analoghe sul territorio, fecero da supporto, valutarono il lavoro preliminare, fornirono indicazioni per la prosecuzione. Intervennero inoltre gli operatori locali: gli imprenditori, gli anziani lavoratori del padule, alcuni dei quali si mostrarono entusiasti dell’interesse che la loro esperienza di vita andava destando, ed ebbero parole di incoraggiamento; pochi altri, invece, mostrarono di non riconoscere la validità dell’iniziativa. La fase successiva si concretizzò nel lavoro sul campo. I componenti del gruppo di ricerca, individuato ognuno un proprio ambito, si dedicarono al rilevamento, per il quale fu utilizzata prevalentemente la tecnica dell’intervista. Lo svolgimento della ricerca ha messo in evidenza l’importanza della raccolta delle informazioni attraverso l’oralità. Ad esempio, dai nostri rilevamenti, emerse che le piante raccolte in padule, nella tradizione popolare non si distinguono in base alla classificazione scientifica, ma in “piante maschio” e “piante femmina”, piante “buone d’inverno” e altre “buone d’estate”, quelle dell’asciutto e del terreno sommerso, quelle, infine, di acqua dolce e quelle di ambiente salmastro. Quello in cui si è svolta la ricerca sui saperi intorno al padule è stato un momento particolarmente importante per la ripresa delle attività, in cui l’Archivio ha mostrato la sua capacità di raccogliere le forze intellettuali del territorio e di convogliarle verso un progetto comune. Ha inoltre dimostrato di saper dialogare con il territorio, con le associazioni, gli enti, i professionisti, gli anziani.
Negli anni 1999 e 2000 l’Archivio ha avviato un’esperienza di carattere formativo. Su sollecitazione della cooperativa “L’albatro” di Grosseto, una organizzazione di servizi legati alle visite turistiche guidate, particolarmente nel Parco della Maremma, prima, e di una organizzazione legata al sindacato CISL, Forel Toscana, poi, l’Archivio ha organizzato una serie di lezioni frontali e di visite guidate, sui temi del festivo, del ciclo dell’anno, del teatro popolare, della cultura materiale. L’esperienza ha avuto una breve durata, esaurendosi con le due sollecitazioni. Del resto quella della “agenzia formativa” non pare essere una delle qualità costitutive dell’Archivio, la cui vocazione, invece, è più orientata al rapporto diretto uno a uno con lo studioso che intende intraprendere un percorso di ricerca o il laureando che si avvale dei materiali e delle conoscenze che l’Archivio raccoglie per la preparazione della tesi.
Nel 2000 l’Archivio ha promosso un’altra ricerca, quella sulla migrazione, avvenuta sul finire degli anni venti del Novecento, ad Alberese, di un nutrito gruppo di famiglie venete. La comunità di veneti che si venne a formare ha mantenuto a lungo una propria identità, pur integrandosi con le famiglie di toscani già residenti nella antica tenuta dei Lorena. I veneti hanno conservato il proprio dialetto, alcuni tratti culturali caratterizzanti ed inoltre hanno mostrato una tendenza endogamica. La ricerca si è concretizzata nella realizzazione di una mostra fotografica e documentaria, nella edizione di un volume fotografico e nella pubblicazione di un saggio sul numero 51 della rivista RF. Ricerca Folklorica . L’importanza di questa ricerca risiede da una parte nel ritardo con il quale è stata avviata: già Ferretti nei primi anni ottanta aveva svolto dei rilevamenti intorno alla comunità di Alberese, sull’integrazione fra contadini veneti e toscani, sulla partecipazione dei veneti alle tradizioni locali, ed infine sulla persistenza del dialetto. Ora serviva un aggiornamento e possibilmente un ampliamento dell’indagine. Dall’altra parte la ricerca sui veneti ha avviato una successiva indagine relativa alle migrazioni che si sono succedute nel corso dei secoli, in Maremma, e che hanno lasciato tracce importanti nella cultura locale, ancora vive nonostante il trascorrere del tempo. Nello specifico, il programma svolto dall’Archivio, che rientra in un progetto di intervento culturale della Regione Toscana, partendo dalla ricerca delle fonti migratorie, riguarda la realizzazione di una Carta delle migrazioni della Maremma che racconta, partendo dalla contemporaneità e andando a ritroso, i movimenti migratori che hanno lasciato i loro sedimenti nella storia, nella lingua e nelle tradizioni popolari. In questa terra un tempo paludosa e malarica, dove i viaggiatori e gli scrittori romantici non incontravano che “stranieri” giunti per le lavorazioni stagionali, ma con l’animo di chi realizza un viaggio d’avventura, i flussi migratori hanno lasciato una molteplicità di sedimenti, rintracciabili negli aspetti riposti e segreti della superstizione e delle usanze, nelle ricette e nelle feste, nei nomi dei luoghi e della gente. Questo è successo ovunque, e a ben guardare la stessa storia dell’umanità è una storia di migrazioni, avvenute più o meno pacificamente. Ma in Maremma la particolare condizione demografica ha favorito il formarsi di un tessuto della società rarefatto e composito, frutto dell’apparentemente inarrestabile flagello della malaria e di una serie continua di flussi migratori: gli spagnoli e i fiamminghi, i napoletani e i genovesi, i turchi, i greci e i lorenesi, gli eremiti e i crociati, gli ebrei… E poi ancora dal pistoiese scendevano in Maremma boscaioli e carbonai, dal casentino i pastori transumanti, e in seguito i pastori sardi, che sono andati ad occupare i poderi lasciati vuoti dai contadini nel secondo dopoguerra. Qualche esempio: le comunità di ebrei fuoriusciti dallo Stato della Chiesa, che usava regole più restrittive nei loro riguardi, insediatesi sulle pendici meridionali dell’Amiata nel XVI secolo, hanno dato vita a un ricco ciclo leggendario; alcune famiglie di pastori che si sono trasferite nella collina all’interno del grossetano sul finire del XIX secolo, hanno mantenuto una propria tradizione del culto dei morti.

La ricerca sul festivo
Un’altra recente iniziativa intrapresa dall’Archivio è il rilevamento a tappeto sul territorio provinciale, delle “date emergenti”. La ricerca, che si è sviluppata nella cosiddetta "area del tufo" (e più precisamente nei comuni di Manciano, Pitigliano e Sorano), nel comune di Campagnatico e in quello di Cinigiano, è stata realizzata da Gabriella Pizzetti, Ramona Lami e Alexia Proietti, con il coordinamento di Fabio Mugnaini. L’impostazione è quella di rilevare per ogni comune, frazione, località, le date emergenti con particolare riferimento al festivo, cercando di rintracciare, ove esistano, connessioni con il passato. Al termine di questa prima fase, nel 2007, si è realizzato un convegno, allo stesso tempo momento di riflessione sui rilevamenti svolti, e apertura di confronto verso altre ricerche e altre realtà sociali. Questa iniziativa ha avuto anche lo scopo di valorizzare i rilevamenti, svolti nel corso di oltre un ventennio, di uno dei primi collaboratori dell’Archivio, Alessandro Giustarini, venuto a mancare il 30 gennaio 2006, e alla cui memoria il convegno sul festivo era dedicato.


L’eredità di Roberto Ferretti
Alla morte di Ferretti rimasero all’Archivio alcuni lavori in corso d’opera. Principalmente si trattava di attività editoriale. Un saggio sulla fiabistica nel grossetano comparve a distanza di poco tempo sul numero 12 della rivista La Ricerca Folklorica . Un libro intorno al ciclo leggendario di San Guglielmo, fu affidato alla cura di Florio Carnesecchi . Benché la definizione editoriale fosse ancora da completare, il libro si presentava in una fase già avanzata. In esso, come dichiara il curatore in apertura, l'apparato critico era largamente mancante, ma in buona parte già tracciato. Altro materiale si riferiva ai temi narrativi intorno alle figure magiche: si trattava di un fascicolo cui era stato dato il titolo un po’ sbrigativo di “Streghe”. Rispetto al libro dedicato a San Guglielmo, il materiale sulle figure magiche si trovava in una condizione meno definita, l'apparato critico completamente assente; tuttavia la documentazione appare più ricca ed articolata nonostante che le narrazioni sulle figure magiche in Maremma raccolte da Ferretti siano molto sfumate, la memoria è esile. Entrambi questi lavori evidenziano la lucidità con la quale Ferretti conduceva la sua indagine, il cui obiettivo era la ricostruzione dell'immaginario popolare. Non il fatto storico così come realmente si era svolto nella realtà, né la ricostruzione che una ricerca documentaria e d'archivio avrebbe portato alla luce, ma quanto questi fatti, realmente accaduti o immaginati, riferiti a un luogo nei pressi dell'abitato o in un indefinito ovunque, avevano lasciato nella memoria collettiva, diventando così l'oggetto della “tradizione”. Su questo materiale hanno lavorato in un primo tempo Costanza Rossi ed Elena Funghini, svolgendo un’analisi critica e interpretativa. Più tardi il corpus ferrettiano sulle “streghe” è stato discusso nel corso di un seminario e un convegno che l’Archivio ha organizzato nel settembre 2006 .
A questo proposito si deve registrare il mantenimento di un ottimo rapporto di collaborazione fra la famiglia dello studioso scomparso e l’Archivio. Come testimonia Piergiorgio Zotti, il più stretto collaboratore di Ferretti dei primi anni, fu il padre di Roberto a consegnargli il manoscritto che poi è diventato il libro su L’immaginario collettivo sui monti di Castiglione, mentre la madre lo pregò di conservare un fascicolo con le fotocopie di “Streghe”, peraltro già presente in originale presso i locali dell’Archivio stesso.

L’attività espositiva e editoriale
L’attività editoriale dell’Archivio è legata da una parte ai convegni, e dall’altra alle mostre temporanee, di solito allestite al Cassero delle mura di Grosseto, ma anche in altri siti storici, come ad esempio il granaio lorenese di Spergolaia . Questo per meglio valorizzare le iniziative. Di una mostra, una volta realizzata e conclusa, non resterebbe altro se non si provvedesse a fissarne almeno gli aspetti più importanti in un catalogo o in una pubblicazione a garanzia della continuazione della fruizione dei risultati della ricerca che ne è alla base. Lo stesso, e forse a maggior ragione, vale per i convegni, gli incontri di studio, i seminari. È tradizione che l’Archivio pubblichi il catalogo della mostra o gli atti dei convegni che organizza, anche se non tutte le volte le condizioni economiche hanno permesso tale continuità.
Il convegno sulla fiabistica dal titolo Fiabe, leggende, storie di paura… La narrativa orale nel fondo Roberto Ferretti, realizzato a Grosseto, nei giorni 18 e 19 dicembre 1992, che raccoglieva anni di studio di Gabriella Pizzetti sul fondo di narrativa orale raccolto da Ferretti, costituì la base sulla quale poi la Pizzetti stessa costruì la sua tesi di laurea, che in seguito ha dato vita ad una operazione culturale fra le più importanti fra quelle realizzate nel grossetano negli ultimi decenni: la pubblicazione di una parte cospicua del fondo orale stesso .
 
Nel 2001 fu realizzata al Cassero delle mura una mostra che costituiva una sorta di continuità con la vecchia iniziativa di Maremma segreta. Ideata da Piergiorgio Zotti, l’esposizione dal titolo L’invenzione della Maremma, aveva un respiro più ampio, e intendeva documentare le molte maremme immaginate: dalla Maremma storica a quella narrata dai viaggiatori, dai poeti, a quella rappresentata dai pittori, a quella fissata nelle prime lastre fotografiche. Da Rutilio Namaziano che facendo ritorno in Gallia fa sosta sul finire del IV secolo in prossimità della foce dell’Ombrone, le torri e i castelli medievali collegati da leggendari cunicoli sotterranei che conducevano a favolosi tesori, l’antico lago Prile riempito di detriti portati dai fiumi, poi bonificato dalla forza delle braccia dei badilanti, fino ai viaggiatori romantici, ai cacciatori, agli scrittori, ai pittori e ai fotografi: tutti, l’hanno rappresentata e “inventata” secondo una propria interpretazione. E poi ancora i miti, le leggende, gli eroi, reali come l’abate Ximenes, o immaginari, come il Mago Merlino, la Maga Alcina, o la Fata Petorsola. Leggendari e allo stesso tempo reali, come i briganti Tiburzi, Menichetti, Stoppa; Garibaldi che fa scalo a Talamone, e che più tardi trova una via di fuga attraverso Scarlino e la spiaggia di Cala Martina; il santo Davide fondatore di un nuovo ordine sociale. Insomma, tutto l’immaginario che ha fondato una Maremma più immaginata che reale, o più reale proprio in virtù del suo aspetto immaginativo; la Maremma inventata dei butteri veri che quotidianamente governano mandrie di centinaia di capi, e il falso storico-geografico della sfida di abilità lanciata a Buffalo Bill; la Maremma delle grandi praterie, come se fosse una ripetizione del “selvaggio west”, del forteto con i cinghiali che non ci sono più perché imbastarditi con le razze provenienti dall’est e i lupi che ormai non ci sono più e basta.
Alberto Vero, uno degli amici di Ferretti, con il quale ha condiviso alcuni viaggi in oriente, ricorda che “Roberto cercava di coniugare San Guglielmo e ‘Che’ Guevara”. Con questa espressione intende esprimere la particolare impostazione di Ferretti che attraverso la ricostruzione storica e ideale, attraverso le fonti documentarie e la narrativa popolare, riteneva di condurre la sua rivoluzione, portando allo scoperto e facendo emergere figure fino allora dimenticate, o considerate relitti di un passato poco importante. Oppure pratiche fino allora considerate di secondaria importanza, come avvenne in occasione della mostra sulle tecniche popolari di cattura della selvaggina. Con le sue “trappole”, tecniche di una caccia minore e tuttavia importante, importante per la gente, perché mezzo di sostentamento, per secoli, di intere comunità in Maremma, egli si opponeva ad alcuni studi che erano stati svolti sui “signori della caccia”, basati sulle battute che i nobili proprietari terrieri organizzavano, scendendo dalle città in cui abitavano, nelle proprie tenute. E come Ferretti, con la primitiva mostra Maremma segreta, cercava di coniugare ‘Che’ Guevara e San Guglielmo, come testimonia Piergiorgio Zotti , la mostra su L’Invenzione della Maremma cercava, in coerenza con la prima, “di associare tradizione e scienza, Guenon e Adorno, il predicatore quaresimale e l’antropologo disilluso”.

Una riflessione critica su questa iniziativa, che ha avuto un notevole successo, non è ancora stata fatta, e sarebbe auspicabile. A corredo della mostra la produzione libraria. Accanto al catalogo una vera e propria innovazione nel campo della produzione editoriale di un centro di ricerca: in maniera analoga all’album delle figurine che rappresentavano, quando si era bambini, i calciatori e le squadre di calcio, è stato prodotto un Album delle figurine della Maremma: immagini su carta adesiva che rappresentano la storia, le leggende e le tradizioni della Maremma, da attaccare nell’album, dove per ognuna compare una breve descrizione. Si è trattato, a mio giudizio, di un’operazione didattica molto interessante, proprio per la semplicità con la quale si presenta, e per il suo aspetto accattivante, ma allo stesso tempo dal forte valore educativo.
 
Nel 2004 l’Archivio, in collaborazione con il Gruppo “Galli Silvestro”, ha organizzato la mostra sulle tecniche popolari di cura con le erbe . La ricerca all’origine di questa mostra è il frutto di numerose stagioni di indagine del Gruppo tradizioni popolari Galli Silvestro. Maurilio Boni iniziò a mettere insieme testimonianze fin dal 1965, intorno a Braccagni e nelle zone limitrofe della valle del Bruna, raccogliendo la memoria sui molteplici saperi intorno alle credenze magico-religiose e alle tecniche popolari di cura, còlti in un momento di profonda trasformazione. Daniele Lamioni, la cui zona di indagine è quella intorno a Magliano in Toscana e Orbetello, indica la sua ricerca con il termine di «medicina celeste» intendendo riferirsi alla fede che nei secoli le popolazioni rurali dell’Europa coltivarono attraverso il culto dei santi, il calendario tradizionale intrecciato a quello liturgico, l’uso di rimedi, formule magiche e piante sulle quali aveva agito l’effetto benefico del passaggio degli astri o il contatto con i santi taumaturghi. Edo Galli, nel 1997 stimolò Maurilio Boni e Daniele Lamioni ad organizzare una prima esposizione sui temi della medicina popolare e della magia, che si realizzò a Braccagli (GR). La nuova esposizione del 2004 raccolse il materiale più significativo di quella prima esperienza, che l’Archivio riproponeva in una nuova veste grafica. Offrì un importante contributo alla realizzazione della mostra il pittore Massimiliano Longo, che si occupò dell’impianto grafico e della realizzazione delle illustrazioni. Durante l’esposizione fu realizzato un seminario sulla medicina popolare, uno sull’alimentazione, lo spettacolo teatrale di una “fabulatrice”, ed un ultimo incontro sul tema dell’erboristeria e delle piante medicinali da un punto di vista etnografico. Di questa mostra è in corso la stampa del catalogo, che raccoglie la maggior parte delle ricette di erboristeria popolare e di cura tradizionale. Il volume conterrà una introduzione di Tullio Seppilli ed un saggio di Fabio Dei, Nicoletta Basili e Chiara Romano dal titolo La medicina popolare nell’area grossetana. Un sondaggio di ricerca, basato su una indagine svolta nel 2003 e che costituisce un aggiornamento dell’indagine di Maurilio Boni.

L’attività editoriale dell’Archivio va ben oltre questi due ambiti specifici. L’Archivio ha due collane: “I quaderni” e “I fotografi della Maremma”. Nella prima confluiscono, oltre agli atti dei convegni, le ricerche svolte a carattere più generale, mentre nella seconda i lavori il cui fulcro poggia sull’attività di un fotografo o su una raccolta fotografica familiare. La documentazione fotografica è ritenuta molto importante, ma in assenza di indicazioni verbali, di annotazioni, di memorie, il documento è di difficile interpretazione. A questo l’Archivio cerca di ovviare ricostruendo intorno alla fotografia, all’oggetto fotografato, il suo contesto. Per questo i libri della collana “I fotografi” tendono non tanto a passare in rassegna una serie di fotografie “degne” secondo canoni estetici, di essere pubblicate, quanto piuttosto alla ricostruzione dell’ambiente nel quale la fotografia fu scattata, indipendentemente dalla qualità fotografica, ma tenendo conto principalmente del suo valore documentario.
 
La ricerca territoriale: considerazioni a margine
La ricerca territoriale in Toscana, nelle sue articolazioni si presenta assai complessa e dai contorni frastagliati. L’Archivio ne è un buon rappresentante, risultando essere il centro di ricerca territoriale più longevo della regione. E pare anche incarnare la migliore eredità della politica giovanile e progressista degli anni settanta, con la sua passione, mai sopita, per l’autocritica e la messa in discussione. Perciò, anche in questo caso, secondo la buona tradizione, non mi vorrei esimere dall’imboccare ancora una volta il percorso delle domande sul chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. E fuor di metafora la domanda di fondo è quale sia l’identità dell’Archivio, gli ascendenti a cui fa riferimento, a quali altri organismi di ricerca possa essere accostato e comparato, quali siano le sue specificità e le prospettive future.
Domande che richiedono una riflessione profonda prima della risposta, riflessione forse mai compiuta interamente, finora, ma operata a più riprese, progressivamente, segmenti di un percorso che pare inesauribile . Perciò non mi propongo altro scopo che aggiungere, semmai, qualche considerazione, un tassello, un solo passo in più, in questo processo di definizione identitaria.
Per questo scopo un buon punto di partenza mi pare possa essere l’esame della sua costituzione dal punto di vista amministrativo. Perché in realtà, come accennato sopra, benché l’Archivio già si fosse fatto notare da qualche anno per la sua attività, dalla comunità grossetana, l’atto di nascita non può che essere considerato nella delibera della sua istituzione.