La leggenda del castello di Cotone

Le vicende che portarono all'abbandono dell'antica cittadella del Cotone sono sconosciute ai più. Indicato come borgo, città, corte o castello, era situato sullo spartiacque fra l'Ombrone e l'Albegna, sulla riva del torrente Senna, che getta le sue acque nel Trasubbie. L'ipotesi che l'insediamento fosse di origine romana, supportata dal ritrovamento, in una località vicina, Pian d'Orneta, di monete romane, è una ipotesi di cui, fin'ora, non si hanno fonti documentarie certe. Nella zona del castello sono state trovate, occasionalmente, anche monete fiorentine risalenti alla fine del decimo secolo e dello Stato Senese. Fonti storiche attestano che nei primi decenni del Duecento, la comunità del Cotone riconoscesse al Vescovo di Sovana un tributo annuo. Poco più di un secolo dopo, la famiglia dei Maggi, che in seguito assumerà l'appellativo di Cotoni, e che dominava su queste terre, pose il castello del Cotone e quello di Montorgiali sotto la protezione dello Stato Senese. Sul finire del Trecento un congiurato contro Siena, che compiva scorrerie per le terre di Maremma, si istallò al castello del Cotone. Ma in seguito, assediato dalle truppe senesi, prima di abbandonare il castello, lo incendiò. La vita alla cittadella fortificata dovette riprendere attivamente, tant'è che due secoli dopo furono redatti gli statuti della comunità.

Quando nel XVI secolo i castelli maremmani erano rimasti per lo più abbandonati, a causa delle ondate di peste che si erano susseguite nel basso medioevo, e si era già delineata la forma del popolamento dell'età moderna, il castello di Cotone presentava una struttura sociale ed economica abbastanza complessa. Il possente apparato difensivo, costituito dal muro di recinzione con due torri quadrangolari oltre a quella più robusta del cassero, sembra attestare che il castello svolgesse un ruolo di difesa della viabilità lungo il corso del torrente Trasubbie. All'interno del muro di cinta, che chiude un'area di un ettaro e mezzo, si trovava il cassero con la sua torre, alcuni edifici per l'alloggio dei signori, una piazza con la chiesa, un cimitero, il borgo, le strade selciate. Le principali attività erano quelle agricole. Nei boschi che si sviluppavano a nord e ad est vivevano lupi, cinghiali e caprioli. Nei campi si coltivavano i cereali, ortaggi e alberi da frutto. Inoltre aveva una grande importanza la pastorizia.

È dopo la fine del Cinquecento che il Cotone iniziò un periodo di declino, fino al completo abbandono, con la fondazione, da parte delle famiglie cotonesi, del borgo rurale di Polveraia. Quali furono le ragioni della crisi? Sappiamo solo che sul finire del XVI secolo la Bandita Colomba, prima utilizzata per il pascolo, fu data in affitto a terzi. I cotonesi ebbero molto a lamentarsi, non avendo più dove pascolare il bestiame, e cercarono di risolvere il contratto, ma la Magistratura dello Stato Senese, confermò la validità del rapporto di affitto, e più tardi la comunità del Cotone giunse ad un accordo con gli affittuari. Ma può essere imputato a questo fatto l'abbandono della fiorente cittadella? La popolazione cominciò a ridursi, fino ad abbandonare completamente il sito alla metà del Settecento, mentre cominciava a crescere la popolazione di Polveraia.

Fin qui ha parlato la storia. La leggenda invece ci narra dell'abbandono degli abitanti del Cotone del XVI secolo, di comportamenti che stanno al di fuori della morale cristiana: si diceva che praticassero il “ballo angelico”. L'emissario del vescovo, inviato ad indagare sulla fondatezza dei sospetti, fu cacciato. Il vescovo stesso, allora, decise di intraprendere di persona l'impresa di riportare alla rettitudine quelle genti. Gli abitanti del Cotone dimostrarono di non gradire l'interessamento per le loro anime: intanto erano appagati di poter soddisfare l'ormai conquistata capacità del benessere del corpo, e non intendevano retrocedere. Narra la leggenda che rinchiusero il vescovo in una botte, e la gettarono nella Senna. Il vescovo, dentro la botte inchiodata trasportata dalle acque del torrente, passò nelle Trasubbie, e da queste nel meno impetuoso, ma torbido Ombrone. Raggiunto il ponte di Istia, la botte s'incagliò contro l'arcata e come per incanto le campane cominciarono a suonare. Agli abitanti del borgo parve di sentire "sotto il ponte / c'è il vescovo conte / don don don / don dòlon dolòn / sotto il ponte / c'è il vescovo conte / …". Corsero a recuperare il prelato, che in seguito inviò gli armigeri a distruggere il castello del Cotone.

C'è un'altra leggenda legata alla distruzione del fortilizio: narravano i vecchi di Polveraia che le anime dei soldati della cavalleria del Cotone non trovassero pace, e che ogni cento anni si sentissero arrivare tanti soldati a cavallo. A questa scadenza, nella notte, sembrava che nella strada selciata passasse uno squadrone di cavalleria: si sentivano i rumori degli zoccoli, perfino il fiato dei cavalli stanchi del lungo cavalcare; i vetri delle finestre tremavano, l'acqua nella brocca sussultava. E quando pareva che la cavalleria fosse proprio sotto casa, improvvisamente calava un silenzio di tomba: cavalli e soldati scomparivano, non s'udiva più alcun rumore. Dicevano i vecchi che si trattava delle anime dei cotonesi licenziosi, condannate, per punizione, a tornare a cavalcare su quelle terre, per sparire improvvisamente, nella campagna illuminata dalla luna.