Leggenda del Cristo miracoloso

Civiltà e paganesimo nella leggenda del cristo miracoloso

Il racconto leggendario, che può avere per argomento fatti religiosi o eroici, presenta personaggi che per le loro particolarità, appartengono a un passato in qualche modo collocabile se non in un punto preciso, almeno in una sezione dell’arco della storia. È raro che storia e leggenda vadano d’accordo: tuttavia, spesso, la storia, composta di proposizioni dalla struttura uniforme (il luogo, il tempo, il fatto accaduto e il suo autore, l’oggetto al quale è rivolto) apre il campo sul quale si collocano i fenomeni narrati dalla leggenda. E' più raro, ma non del tutto escluso, che leggende e narrazioni popolari non supportate da documenti scritti, riescono a fare da supporto al percorso della ricostruzione storica.

Dei secoli oscuri dei quali rarissimi ci restano i documenti, e, rispetto a determinati ambiti, altrettanto rari sono i resti materiali dei manufatti, non possiamo che affidarci a quanto narrano le leggende, cercando di capire, fra le pieghe del narrato, cosa si mangiava, come si viveva, come ci si riparava dalle intemperie: le capanne erano coperte di scargia, la paglia che cresce spontanea ai margini del padule, che resiste all’acqua, ma non ai secoli; o di scandole, quadrelli di legno che lasciavano scivolare la pioggia, ma che alla lunga si sono imputridite e distrutte sotto l’azione combinata del sole, dell’acqua e dei microrganismi.

Se l’opposizione fra civis e pagus risponde a quello che oggi si direbbe città e campagna, è la prima che ha lasciato tracce di sé, sia nei documenti, sia nei “monumenti”, costruzioni che, grazie alla bontà e durevolezza dei materiali, hanno superato ampiamente la lunghezza del tempo per la durata del quale erano destinati. Ma l’opposizione dei due termini ha anche il significato di distinguere la civiltà dal paganesimo. Che il borgo fortificato che la Repubblica di Siena fece costruire a metà della strada per il mare, sul finire del tredicesimo secolo, fosse in origine un agglomerato campestre, o più precisamente pagano, è testimoniato dal nome che porta: Paganico. Monaci guerrieri furono posti a guardia delle quattro porte, una che guardava a occidente e una verso l’Ombrone, il fiume che se l’è mangiata; una verso il mare e l’altra, la più importante, sormontata da una torre, verso la città madre: Siena. Nel secolo successivo fu ultimata la costruzione della chiesa, fatta affrescare dagli artisti di scuola senese, con l’abside rivolto a est: quale effetto mistico quello provocato dalla luce del sole sorto da poco, filtrata dai vetri colorati del finestrone dietro l’altare, sui devoti presenti alle funzioni del mattino! Si narra che durante il rifacimento del tetto, un lavorante cadde da una capriata: s’alzò senza riportare un graffio né una frattura e tornò tranquillo a lavorare. Ma dalla sua bocca non uscirono più le bestemmie che pronunciava prima.

Al tempo in cui era parroco Nereo Cappelli, di famiglia civitellina (amato dai paganichesi, a dispetto della inimicizia storica fra gli abitanti dei due paesi) l’altare del lato sud della chiesa, quello dedicato al crocefisso della leggenda, era coperto da un pesante drappo rosso. Intorno numerosi ex-voto testimoniavano il sentimento religioso dei paganichesi, o per lo meno di alcuni di loro. Il crocefisso ligneo, di pregevole fattura quattrocentesca, di cui la gente ignora l’origine storica, ma tramanda la leggenda del suo ritrovamento nella macchia e della contesa con i civitellini, veniva esposto e portato in processione solo per la festa del Corpus Domini. Il prete teneva alto sopra la testa il ciborio con l’ostia, un baldacchino di tela bianca con le frange d’oro lo riparava dal sole, uno stuolo di bambini vestiti da angioletti gli faceva corona per le vie del paese. Questo era il tempo per ammirare il cristo, pregarlo, raccomandare una grazia. Poi tornava a nascondersi dietro il drappo di tessuto pesante, rosso.

Narra la leggenda che un gruppo di cacciatori paganichesi rinvennero, durante una battuta di caccia, nella macchia, un cristo, nascosto fra la vegetazione. Anche i civitellini, che cacciavano nella stessa zona, lo trovarono. Non ci è dato sapere se lo vedessero prima gli uni o gli altri, fatto sta che entrambi i gruppi ritenevano di avere il diritto di appropriarsi della sacra immagine. C’è chi afferma che il cristo fu portato a Paganico e che i civitellini fossero andati a riprenderselo; chi sostiene il contrario. Ma tutti concordano nell’asserire che gli uni e gli altri se le dettero di santa ragione, finché esausti decisero, con una soluzione che sta più sul versante del pagus che su quello del civis, di affidare il caso alla volontà divina, che si sarebbe espressa attraverso la direzione che avrebbero preso due giovenche non dome caricate del sacro peso. Le versioni della leggenda sono contrastanti: c’è chi dice che le giovenche si diressero senza indugio verso Paganico, e così fu stabilita una volta per tutte la dimora della scultura, e chi invece giurerebbe che presero la direzione di Civitella. Come mai, allora, il cristo oggi si troverebbe a Paganico? Perché la volontà di Dio non si sarebbe espressa attraverso le due giovenche, ma proprio per mezzo del suo figliolo. Durante la notte una nevicata aveva coperto di uno spesso strato candido le colline dell’entroterra maremmano. I civitellini infreddoliti che si recarono in chiesa di buona mattina trovarono vuoto l’altare che avevano destinato ad accogliere il cristo. Stupiti si chiesero chi potesse averlo trafugato, con una idea ben precisa in mente: i paganichesi, di sicuro. Con quella neve, non sarebbe stato difficile scoprire il misfatto: bastava seguire le orme impresse nel manto soffice. Ma si accorsero, con maggior stupore, che un’unica traccia si dirigeva dalla loro chiesa al borgo fortificato del piano sulla riva dell’Ombrone: quelle di un uomo scalzo che, sceso dalla croce, aveva deciso di recarsi, da solo, alla sua nuova e definitiva dimora.

Del resto era il borgo che portava anche nel nome le tracce del suo antico, e forse non ancora dimenticato, paganesimo, ad aver bisogno del crocefisso miracoloso, o almeno più del castello che nel nome porta le tracce della civiltà.