Leggende invernali

I giorni della merla

Forse un tempo gli inverni erano più rigidi, forse le abitazioni erano meno riscaldate di ora. Forse un tempo il mito aveva lo scopo di dare ordine all'universo conosciuto, e di spiegare i fatti naturali. Miti antichi e moderni danno una prima spiegazione ai fenomeni che avvengono sotto i nostri occhi, e di cui non si scorgono le cause a colpo d’occhio.

La narrazione mitologica della merla è nota in tutte le località, soprattutto in quelle montane; il suo scopo è di spiegare la ragione per cui tutti i merli sono neri.

In un lontano inverno, quando i merli erano ancora bianchi, in un fine gennaio in cui la campagna era completamente ricoperta di una candida coltre di neve, e gli alberi avevano perso tutte le foglie, e i rametti delle siepi erano strapazzati dal vento gelido, una merla cercava un riparo per se e per i suoi figlioletti. Non un angolo riparato dal vento, scorgeva la merla, non un tegola di un tetto sotto cui rintanarsi. La gente se ne stava in casa, intorno al fuoco, e dai camini usciva un fumo scuro. Per non morire di freddo, la merla dal piumaggio candido, portò i suoi piccoli sulla bocchetta di un camino. L'aria fuligginosa non era piacevole, ma almeno era tiepida.

Tre giorni durò il grande freddo, e quando rispuntò un timido sole, la merla uscì dal camino con i suoi piccoli. Ma cosa era successo? Le loro piume erano tutte nere, come la fuliggine che avevano respirato.

È da allora, infatti, che i merli sono neri, e che gli ultimi giorni di gennaio, i più freddi di tutto l'inverno, sono detti "i giorni della merla".

I giochi d'inverno

Forse quella secondo la quale un tempo gli inverni (soprattutto in montagna) erano più nevosi, ed un bianco manto di neve copriva i campi ed i tetti delle case, è solo una leggenda dei giorni nostri. ma forse ha un fondo di verità.

Durante questi inverni innevati, dunque, i bimbi trovavano ogni modo per divertirsi sulla neve. Rarissimi erano quelli che possedevano un paio di sci, in genere costruiti da un falegname del posto. Questi pochi fortunati si lanciavano lungo i lievi pendii, e giunti in fondo, sugli sci o a ruzzoloni, risalivano faticosamente a piedi la china. Gli altri utilizzavano veicoli di fortuna, dalle tavole del pane, sulle quali si poteva salire anche in due, ai robusti capistei dai bordi rialzati, in cui i ragazzi si rannicchiavano prendendo velocità in discesa.

Si narra che più di recente venissero usati anche dei teli cerati, che nell'occasione, per la fantasia dei bimbi, si trasformavano in magici tappeti volanti, ed anche le camere d'aria delle ruote delle automobili o degli autocarri da sfasciare.

Scirocco e Tramontana

Narra una leggenda che un tempo molto, ma molto lontano, Scirocco e Tramontana si dovevano sposare. Lei, per apparire più bella al suo sposo, si abbigliò nel modo migliore, ornandosi di tanti ghiacciolini luccicanti. Quando giunse l'impetuoso sposo, che si era formato nel deserto nord africano ed aveva attraversato il mare, cominciò a soffiare, focoso com'era, il suo alito caldo. Tutti i ghiacciolini che ornavano la sposa si sciolsero. Lei indignata lo rifiutò; lui dal dolore pianse lacrime di fuoco.

Ancor oggi, nonostante tutto il tempo che è passato, Scirocco e Tramontana non si possono vedere. Se giunge l'uno, va via l'altra. Ognuno dei due distrugge l'opera dell'altro. Se la tramontana dallo spirito artistico in una notte di estro si mette a costruire gli splendenti candelotti di ghiaccio, nelle scoscese ripe vicino alle sorgenti, giunge lo scirocco e li scioglie in poche ore. Se lo scirocco bagna il terreno, con la sua pioggia calda e carica di sabbia del deserto, la tramontana viene e presto l'asciuga.

Il castagno miracoloso

Narra una leggenda legata alla devozione popolare, che un pastorello si trovasse a pascolare il suo gregge in un luogo poco distante da Marroneto di Santa Fiora. Fra quelle alture disabitate qua e là dal suolo spuntavano rocce di peperino, disseminate dalle antiche eruzioni del vulcano. Improvvisamente il ragazzo sentì l'ululato di un famelico lupo, a poca distanza. Vie di fuga, per sé e per il suo gregge, non ce n'era. Riunì in fretta le pecorelle sotto le fronde di un grosso castagno e raccomandò l'anima alla Madonna.

Il lupo si avvicinava famelico e minaccioso, quando d'improvviso le fronde del castagno si abbassarono fino a terra, impedendogli di raggiungere l'ambito pasto. Nonostante i tentativi, il lupo non riusciva ad oltrepassare la cortina di rami e foglie che il castagno aveva provvidenzialmente posto a protezione del pastorello e del suo gregge. Guaiva e ululava, il lupo, raschiava quella cortina di rami con le unghie, provava ad azzannarla, ma niente da fare: l’unico risultato fu che che si scorticò le zampa. Finché scoraggiato, se n'andò.

Il castagno non c'è più: eroso dal tempo e dalle intemperie, fu abbattuto. Ma al suo posto fu eretta una cappella circondata dagli alberi, a ricordo del castagno miracoloso.