Leggende su fate e streghe

La fata petorsola

Un tempo le donne di Santa Fiora, come quelle di mille altri luoghi e di mille altri tempi, si riunivano al forno, e nel frattempo che il pane coceva, s’intrattenevano a parlare di questo e di quello, confezionando vestitini a chi avesse la sventura di non essere presente. Narra la leggenda che giungesse ad infornare il pane una donna che abitava un castello vicino, che per la sua bella posizione dominava Santa Fiora. Petorsola, questo il nome della donna, portava sempre con se la sua piccola figlia. A differenza delle comari, non parlava con nessuno, era schiva e riservata, e cotto il pane se n’andava, senza profferir parola. Correvano strane voci su questa donna: c’era chi diceva fosse una strega cattiva, chi una fata buona, chi ancora entrambe le cose. Ma la sua riservatezza, il suo silenzio, il suo astenersi dalle ciance sulle quali invece le altre donne amavano tanto dilungarsi, stimolava la curiosità di queste. Escogitarono perciò uno stratagemma per rompere la sua impassività e farla parlare. Una mattina, mentre infornavano il pane, fecero il gesto di infilare nel forno anche la figlioletta di petorsola. Questa, terrorizzata dal gesto, emise un urlo, afferrò la piccola e gridò : “ Non si è mai visto questa cosa fare: figlie di fate volerle infornare!”, svelando così la sua vera identità. Tornata al castello, livida di rabbia, per vendicarsi dell'affronto subito dagli abitanti di Santa Fiora, trasformò il castello in un sasso.

Lei e le altre streghe che vivevano al castello, si trasformarono in gatti, e cominciarono ad andare, di notte, ad intricare le code e le criniere dei cavalli nelle stalle. Per questo chi avesse un cavallo nella stalla, usava mettere alla porta un rametto di ginepro. Secondo la credenza popolare, infatti, le streghe trovano irresistibile mettersi a contare ciò che di più piccolo e numeroso incontrano nel loro cammino. Mettendosi a contare i rametti e gli aghi del ginepro, si sarebbero attardate fino allo spuntar del sole.

Il piatto delle streghe

Non tutte le leggende prendono spunto da fatti storici realmente accaduti, ma spesso si riferiscono a oggetti realmente esistenti, talvolta mutandone il significato. Secondo la credenza popolare, la vasca di peperino di una fontana nel grande giardino della villa che i marchesi bourbon del monte fecero costruire ai margini di piancastagnaio ai primi del seicento, sarebbe il luogo di ritrovo delle streghe. Dai cunicoli sotterranei le streghe giungerebbero alla grande vasca, per consumare i loro sabba e ordire malefici.

Narra la leggenda che una notte le streghe lì riunite ebbero occasione di rapire un bambino dalla culla dove dormiva, portandolo, attraverso i passaggi sotterranei che solo loro conoscevano, i un luogo detto il bagno dell'ebreo, dove lo avrebbero arrostito con l'olio bollente. Ma qui giunte, nessuna aveva il coraggio di compiere il gesto insano, perché ognuna di loro, per un ramo o per l'altro della propria famiglia, era parente del bimbo. Si attardavano, quindi, passandoselo di mano in mano, quando il padre del piccolo, che accortosi dell'accaduto era riuscito a seguirle, sopraggiunse e disse: "a me, a me! Dallo a me. Ce lo butto io, che non m'è niente!". Le streghe, colte di sorpresa, lasciarono il piccolo, che l'uomo afferrò e poi scappò via.