Ombrone: di storie narrate e di leggende

Dall'altra parte del mondo, sulle pendici occidentali delle Ande i fiumi scavano solchi profondi, come ci racconta lo scrittore peruviano José Maria Arguedas, separando gli opposti versanti delle aspre valli. Non così l'Ombrone, che sembra scorrere quieto, fra le colline del senese con tratto deciso, poi lungo la pianura, con le sue anse ampie, nel suo apparentemente sonnacchioso vagabondare. Ma allo stesso modo dei torrenziali fimi andini, il fiume della Maremma traccia solchi profondi, più che sul suolo, nella memoria.

Lega il suo nome a quello che un tempo si chiamava Sasso di Maremma, cui si riferisce la leggenda amorosa che segue, e dove una antica tradizione di pesca fluviale ha dato vita alla sagra del capitone. Bagna le terre di Monte Antico, nel bassopiano dello scalo ferroviario, dove comincia a farsi minaccioso in caso di piena. A Paganico, il borgo medievale che a differenza degli altri suoi coevi fu costruito in una piatta depressione, ha distrutto un lato delle mura quadrate e una porta. Una muraglia di grosse pietre fu eretta a protezione della costa argillosa, mentre poco più avanti una draga, con terrificanti rumori sollevava dal suo letto secchiate di sabbia e di ghiaia. Nello stesso luogo, in tempi remoti, un canapo congiungeva le due opposte rive; vi era fissata una chiatta che trasportava di là materiali e persone. Si narra che nei primi decenni del secolo scorso, nei giorni di festa, in assenza del barcaiolo, i ragazzi usassero rompere il fermo che fissava la barca alla riva per recarsi sulla sponda opposta, sdraiarsi sulla spiaggia al sole, e tornare a buio. Ma una di queste volte, quando la chiatta fu al centro del fiume, la corrente invisibile la spostò facendole fare una semicerchio, e il canapo attraversò lo scafo, gettando in acqua due degli improvvisati marinai. La prontezza degli altri fu decisiva per il salvataggio; allo spavento pensarono dopo.

Lì vicino, il Castelluccio è uno sperone di roccia che si protende nelle acque, che nell'ansa formano una corrente vorticosa, e domina la profondità fluviale. I giovani di un tempo lo usavano come trampolino per le prove di abilità nei tuffi. Nel profondo la corrente del fiume aveva scavato una grotta, habitat in cui le specie acquatiche hanno trovato le condizioni favorevoli per vivere e riprodursi. Nel dopoguerra, fino agli anni settanta, ha costituito il luogo preferito dai pescatori del paese.

«Quand’ero piccolo, nonno mi portava sempre con sé, a provare i cani, giù nel Restone. Si partiva su verso la stazione, e si scendeva lungo l’argine. Sarà per questo che m’è nata la passione per la caccia…». L’Ombrone, benché pericoloso, sia per il fenomeno delle inondazioni, sia per il rischio d’annegamento, era vissuto: la gente lo frequentava, per una ragione o per l’altra. E di frequente succedeva l’irreparabile: per questo nella leggenda il fiume era considerato come un essere vivente e tiranno che richiedeva periodicamente un sacrificio umano. «Tutti gli anni ne vuole uno…» si diceva.

A Istia il ponte fu costruito in tempi recenti, mentre l’antico tracciato della via Aurelia, che passava per Alberese, attraversava l’Ombrone con una barca. Come molti altri fiumi, nel passato anche l’Ombrone divideva in maniera netta i due versanti della sua valle. Mentre dal punto di vista politico univa, lungo il suo corso, le terre che appartenevano alla Repubblica di Siena, per l’aspetto religioso ha continuato a tenere separate, fino ai tempi recenti, le diocesi di Grosseto e di Siena, da una parte, e di Pitigliano-Sovana dall’altra.

Grosseto, il capoluogo che ha cominciato a gonfiarsi di gente a partire dal secondo dopoguerra, la città di provincia aperta ai venti e alla pianura, la Kansas City di Bianciardi, guardava verso l’Ombrone con occhio maligno: la via che si staccava dalla città per congiungerla al fiume, fino alla fine degli anni cinquanta ha ospitato due case di tolleranza. La stessa via, negli anni settanta, divenne la strada della dissoluzione.

Il fiume della Maremma ha ispirato una leggenda la cui narrazione sembra tradire l'uso rinascimentale di una rappresentazione teatrale. Ombrone s’innamora della ninfa Ambra, vedendola danzare in una radura. La segue, ma lei sfugge, cerca di attrarla, ma lei si prende gioco di lui. Senza darsi per vinto, Ombrone continua ad inseguirla, la vezzeggia, la implora, la minaccia…

La fuga finisce per stancare la bella Ambra, che incespica, sente mancarle le forze, i lunghi capelli si impigliano nelle basse fronde degli alberi. Sentendosi perduta, la ninfa invoca l’aiuto di Diana, la vergine fiera, la protettrice della castità, che la trasforma in un’isoletta rocciosa.

Deciso a vincere con la costanza e la fedeltà il rifiuto di Ambra e l’ostilità di Diana, Ombrone circonda di candida spuma l’improvvisata isola, che infine, ma ormai troppo tardi, si pente di tanto ostinato rifiuto. Diana è divenuta insensibile alle nuove suppliche della ninfa. Ombrone, diventato ormai vecchio, ascolta i consigli di un cipresso, pieno di anni e di saggezza. È stato meglio cantare, piangere, soffrire per l’agognato, benché irraggiungibile amore, piuttosto che non avere nulla su cui sperare. La fiaba, dal sapore rinascimentale sembra riferirsi ad una perduta Arcadia, in cui compaiono personaggi fantastici e mitologici. Le azioni che vi si compiono sono quelle eterne della tensione e dell’attesa, della fuga e del pentimento, della speranza e della delusione.