Leggende intorno ai monti dell’Uccellina

Molte sono le leggende che si raccontano intorno ai monti dell'Uccellina. Il luogo aspro, conosciuto da pochi, un tempo dominio dei bracconieri, ha scatenato la fantasia popolare. Ma si dice che dietro ad ogni leggenda ci sia un fondo di verità.
Il tesoro di San Rabano

Si narra che un tempo assai remoto, ma non tanto da non poterlo ricordare, un bracconiere frequentasse, spesso e volentieri, i luoghi intorno alla torre di San Rabano. Talvolta restava fuori tutto il giorno e più spesso la notte. Una di queste volte, in un tempestoso autunno, restò fuori un paio di giorni, ma i familiari, non vedendolo tornare, non si preoccuparono: era capitato altre volte che restasse fuori per tanto tempo.

Narra la leggenda che i frati di San Rabano decapitati dai pirati, continuassero a vagare per quelle selve. Procedevano come se scorressero su una rotaia, e portavano il cappuccio sollevato su una testa che non c'era: chi li avesse incontrati e non fosse morto di spavento, avrebbe visto, al posto del capo, un'ombra scura. Quei frati, sempre secondo la leggenda, sapendo di essere soggetti alle incursioni dei saraceni, avrebbero nascosto fra le rovine del monastero un favoloso tesoro.

Il bracconiere proprio fra quei muri diroccati aveva trovato riparo per la notte. Al mattino, prima di riprendere la caccia, decise di fare una perlustrazione, con la speranza di trovare il favoloso tesoro nascosto. Si narra che trovò un forziere, e lo aprì: era pieno d'oro. Ma un frate senza testa vi stava di guardia, e quando il bracconiere lo vide lo spavento fu tanto che gli s'imbiancarono d'improvviso i capelli, perse l'uso della parola e restò a vagare intorno ai ruderi. Così lo trovarono i familiari quando lo andarono a cercare, alcuni giorni più tardi.
La chioccia d’oro

Fra i tesori che si narra siano nascosti nell’Abbazia di San Rabano, ci sarebbe una favolosa chioccia tutta d’oro con dodici pulcini, che periodicamente uscirebbe a pigolare. Secondo la leggenda gli antichi abitanti del posto le avrebbero dato la caccia, attratti dall’idea della ricchezza. La favolosa chioccia sarebbe stata in grado di nascondersi e scomparire attraverso la miriade di cunicoli che, secondo le credenze, sarebbe ricco il sottosuolo maremmano. Quei malcapitati però che l’avrebbero incontrata, si dice che siano rimasti abbagliati dallo splendore della chioccia, al punto da “perdere il lume”, da andare incontro alla pazzia.

Il pescatore e la sirena

Un’altra leggenda narra di un giovane pescatore che, come al solito, si recava una notte a calare le reti nel tratto di mare antistante i monti dell’Uccellina. Sotto una luna che sembrava un sorriso nel cielo tempestato di stelle, una corrente avrebbe preso a trascinare irresistibilmente la barca verso costa, e qui all’interno di una delle grotte. Il pescatore, prima allarmato dell’evolversi dei fatti, di fronte all’impossibilità di modificare il corso delle cose, pensò rassegnato che forse si trattava di uno dei tanti modi in cui gli uomini sono chiamati a lasciare la terrena esistenza. Cessò di opporre resistenza e si lasciò trascinare. All’interno della grotta, alla fievole luce della luna che riusciva a filtrare, modificata dai riflessi dell’acqua, scoprì la presenza di una sirena. La corrente marina, così come lo aveva portato nella grotta, sospinse di nuovo la barca verso il largo. Ma la visione della sirena rimase impressa nella mente del giovane. Passarono i giorni e le notti, le settimane, i mesi e le stagioni. Il giovane continuava, con tutte le lune, a cercare l’ingresso di quella grotta della sirena, senza più avere la grazia di trovarlo. Narra ancora la leggenda che le vicende della vita lo portarono a cambiare mestiere, ad andare lontano. Ma il ricordo della sirena della grotta non lo abbandonò mai. Tornò, molti anni dopo, a cercare la grotta della sirena, ma il mare, che d’improvviso si fece tempestoso, fracassò la barca contro gli scogli. La leggenda conclude che si sentirebbe ancora il lamento del giovane, morto per ritrovare un sogno, quando la luna, nel cielo tempestato di stelle, sembra accennare a un sorriso beffardo.
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Interpretare il mito è sempre un rischio: c’e e ci sarà sempre “un’altra interpretazione possibile”. Ciò non toglie che si possa proporre una lettura. Quanto meno ricercare alcune connessioni fra il narrato e quanto si conosce della storia e della realtà. Se la mitologia maremmana è ricca di “tesori nascosti”, senza dubbio questo fatto è in relazione da una parte alla presenza di torri e castelli, o quanto meno, nei tempi più recenti, dei loro ruderi. Torri e castelli, signorie e domini, hanno certamente favorito il sorgere di narrazioni intorno a tesori che, quando per una battaglia, quando per un’epidemia, i signori devono aver abbandonato nella fretta della fuga, verso altri lidi o verso l’altro mondo. Tesori però che diventano introvabili, irraggiungibili. Tesori che accecano o fanno diventar pazzi, soprattutto coloro che per nascita non sono destinati a possederne. Tesori, ancora, che l’invidia degli altri fa diventare pazzi i possessori, o che giustificano la pazzia di chi, possedendone, non è più riconosciuto dal gruppo. Il tesoro che si anela, in questo caso, diventa il monito che mette in guardia contro la dissoluzione cui conduce la ricchezza improvvisa.